


GIOIA TAURO – Quale scuola serve alla società di oggi? E, soprattutto, quale società vogliamo costruire attraverso l’educazione? È partito da queste domande, profonde e quanto mai attuali, il convegno «Società e scuola: verso quale pedagogia? Attualità del pensiero di J. Dewey», promosso dall’A.D.I.C. (Associazione Donne Insegnanti Calabresi) nella cornice dell’Auditorium «N. Green» dell’I.I.S. «F. Severi» di Gioia Tauro.
Un appuntamento che ha trasformato la riflessione pedagogica in un’occasione di confronto sui grandi interrogativi del nostro tempo, coinvolgendo docenti, socie dell’associazione, rappresentanti del mondo associativo e diverse personalità del territorio. Al centro dei lavori, il pensiero del filosofo e pedagogista americano John Dewey, la cui visione dell’educazione come esperienza, partecipazione e crescita democratica conserva una straordinaria capacità di parlare al presente.
Ad aprire l’incontro è stata la presidente dell’A.D.I.C., professoressa Concetta Domenica Tripodi, che ha richiamato, anche attraverso il saggio del sociologo Francesco Rao, il valore profondamente sociale dell’educazione. «Educare è un atto sociale: significa dare potere a chi apprende per cambiare il mondo in cui vive». Un’affermazione che racchiude il senso di una scuola chiamata oggi a confrontarsi con fenomeni complessi: il disagio giovanile, la fragilità delle relazioni, le trasformazioni tecnologiche e la progressiva difficoltà di costruire autentici spazi di dialogo. In questo scenario, la missione educativa non può esaurirsi nella trasmissione delle conoscenze, ma deve tornare a interrogarsi sul significato della formazione della persona e della convivenza civile.
Particolarmente stimolante l’intervento della dottoressa Dominella Mesiano, psicologa e psicoterapeuta, che ha affrontato il tema «La famiglia e la scuola nella mente-tecnoliquida». La relatrice ha analizzato i processi cognitivi ed emotivi delle nuove generazioni, immerse in una realtà iperconnessa, veloce e spesso frammentata. Il riferimento alla società liquida di Bauman, intrecciato alla prospettiva pedagogica di Dewey, ha offerto interessanti spunti di riflessione sul rapporto tra tecnologia e apprendimento. «Una scuola digitale deve essere una scuola che pensa, non solo che clicca»: una sintesi efficace per richiamare il rischio di un sapere superficiale e privo di profondità, indicando invece la necessità di recuperare un apprendimento autentico, nel quale pensiero e azione siano strettamente connessi. Perché, come insegna Dewey, occorre imparare a «pensare ciò che si fa e fare ciò che si pensa».
Il confronto si è quindi spostato sul delicato terreno delle regole, dell’autorevolezza e della responsabilità educativa con la relazione del professor Antonio Antonuccio, già docente universitario ed ex direttore dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Cosenza, dal titolo «Dal controllo punitivo alla sorveglianza empatica». Un intervento che ha posto l’accento sulla necessità di superare tanto la logica della repressione autoritaria quanto quella di un permissivismo privo di riferimenti. La vera sfida educativa, è emerso, consiste nel coniugare fermezza e fiducia, rispetto delle regole e capacità di ascolto. Richiamando la distinzione deweyana tra esperienze formative ed esperienze deformanti, Antonuccio ha restituito centralità a una relazione educativa capace di riconoscere la dignità e le potenzialità di ogni giovane: l’alunno non va considerato «come un problema da correggere, ma come una possibilità da accompagnare».
A concludere i lavori è stato il sociologo Francesco Rao, docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma «Tor Vergata», con una relazione dedicata a «Dalla complessità educativa contemporanea allo sviluppo delle strategie formative». Un intervento di sintesi che ha ricondotto le diverse riflessioni emerse durante il convegno a una visione complessiva delle sfide che attendono il sistema educativo. Rao ha individuato nel pensiero di Dewey una bussola ancora indispensabile per orientarsi tra riforme spesso parziali, disuguaglianze territoriali e nuove emergenze formative. Accostando la lezione deweyana all’esperienza e al messaggio educativo di Don Milani, ha rilanciato l’idea di una scuola intesa come laboratorio aperto, luogo di cooperazione, ricerca e partecipazione, nel quale il principio del learning by doing diventi pratica quotidiana.
Non una scuola che si limita a trasmettere nozioni, dunque, ma una comunità capace di formare persone consapevoli, dotate di spirito critico e degli strumenti necessari per comprendere la realtà, partecipare alle decisioni e confrontarsi anche nel dissenso, sempre nel rispetto dell’altro.
Il convegno dell’A.D.I.C. ha così offerto molto più di una rilettura del pensiero di un grande pedagogista: ha riportato al centro una questione fondamentale per il futuro delle comunità. La scuola non è soltanto il luogo in cui si apprende, ma uno degli spazi privilegiati in cui si costruisce la società di domani. E la lezione di Dewey, a distanza di decenni, continua a ricordarci che non può esserci democrazia autentica senza educazione, partecipazione e pensiero libero.
Un grazie al signor Fortunato Costantino per la gentile concessione delle foto.
Caterina Sorbara

