Nell’attesa del Signore, gridiamo: Maranathà

Le prime comunità cristiane pregavano Maranathà, vieni Signore Gesù, una preghiera fiduciosa, corale, unanime, piena di attesa, un desiderio bruciante dell’incontro definitivo e ultimo con il Signore, il Kyrios. Come avverrà questo incontro? Se lo ponevano i primi cristiani, ma arde ancora questa domanda per noi? Per non illuderci in questo ritorno, senza fantasticare in riferimenti apocalittici e segni straordinari, la parusia profuma di mistero, i cui segni vanno interpretati alla luce del vangelo. Anche questa è buona notizia.
L’avvento è il tempo di essere se stessi, del rapporto con il tempo, di vivere sensatamente i giorni, è il tempo della coscienza, di sapere custodire il cuore, imparare a guardarsi, a conoscere ogni uomo, a non lasciarsi schiacciare dagli eccessi del quotidiano: “quando noi siamo agitati da eccessive preoccupazioni, veniamo condotti fuori da noi stessi, siamo sì ancora noi stessi, ma non siamo più con noi stessi, perché perdendo di vista noi stessi, andiamo vagando altrove” (Gregorio Magno).
I primi cristiani vivevano questa attesa in maniera ambigua, e il ritardo della venuta, – anche perchè non era chiara la modalità -, aveva fatto sorgere un certo malcontento, in cui a prevalere stava l’accidia, la distrazione, forse perché si sperava in segni rivelativi ed eclatanti. Con il tempo, si è spiritualizzata questa venuta, interiorizzata, nella liturgia, nella preghiera, e in ogni celebrazione eucaristica risuona l’acclamazione: “Annunziamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
Non conosciamo i tempi, i modi, i luoghi, ma per la preparazione alla venuta gloriosa del Signore, è necessario esercitarsi nel vivere le virtù della fede, della speranza e della carità, vegliando, vigilando, perché ogni momento è quello opportuno. Dobbiamo fare i conti con il tempo, nella dimensione del kairòs, il tempo favorevole, il tempo della grazia, che entra nella storia, e nella dimensione del kronos, nella cultura, nell’umano.
La venuta del Signore, è fatta di tante attese, di frammenti, ha necessità della gradualità e va costruita, giorno dopo giorno, impegnandosi nell’adempimento dei doveri familiari, sociali ed ecclesiali. Domenica dopo domenica, la liturgia, scandisce le tappe dell’itinerario, che “non è un tempo di preparazione alla festa del Natale, ma di preparazione a quell’evento che Gesù stesso ha indicato ai suoi discepoli come evento definitivo, evento in cui sarà definitivamente instaurata la giustizia e si compirà il Regno dei cieli da lui annunciato” (E. Bianchi).
Per ogni credente, e cristiano, la domanda cruciale è: attendiamo sul serio il ritorno del Signore? Occorre tenere gli occhi bene aperti, vegliare significa vivere una spiritualità dello sguardo, di non lasciarsi sopraffare dalla tante preoccupazioni, “nella notte del mondo e dei tempi bui”, Egli viene, per questo è necessario vigilare: “Proprio del cristiano è vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene. La vigilanza conduce il cristiano ad attuare una memoria mortis non disperata, ma vissuta alla luce del Signore che viene (Basilio di Cesarea).
Uno stile da ricuperare, è quello della vigilanza. Un padre del deserto ha affermato: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” (abba Poemen), se non vegliamo, non vigliamo, e l’attesa, impoverisce, il cuore, la chiesa, il mondo, l’umanità, infatti, dobbiamo stare molto attenti, ricordando le parole di Ignazio Silone, il quale, a chi gli chiedeva perché non divenisse cristiano, rispose: “Perché mi sembra che i cristiani non attendano più nulla!”.
Vincenzo Leonardo Manuli