Il fuoco, il falò, u’ ‘mbitu e la religiosità popolare

È tutta un’attesa, emotiva, storica, di devozione, dentro un rituale fatto di preparativi attenti e curati, situati in un punto centrale e simbolico, mentre gli spettatori, tra ebbrezza e terrore, in ansia trepidante non vedono l’ora di essere immortalati per a futura memoria. Assistere all’appuntamento di uno spettacolo che ha il sapore dello stupore, della meraviglia, affascina e raccoglie massa di gente. La partecipazione è d’obbligo, un precetto assoluto, ogni società ha il suo totem, un evento che agli inizi non aveva scenografie, orpelli e aggiunte varie che la modernità allontana dal senso profondo della riunione annuale attorno al falò. Tutto ormai è divenuto un palcoscenico, una esibizione perché i protagonisti possano avere il loro momento di gloria nella passerella di uno show che continua, nonostante credenze e gesti scaramantici. Il falò richiama antichi e primordiali passaggi umani, rinvia al focolare domestico, il cui fuoco è simbolo altissimo e sacro, in uno strettissimo rapporto con la divinità, con la vita, una energia e una forza nella quale i primi filosofi naturalisti avevano visto il principio, l’origine della vita stessa, una potenza divina davanti alla quale gli umani assumono un atteggiamento ambiguo: hanno paura ma desiderano che si manifesti e agisca:

«Quando invece si parla del fuoco che ci attende nel giorno del giudizio,
non so perché ma nessuno se ne mostra preoccupato:
nessuno teme le fiamme della geenna,
mentre chiunque ha paura di quelle di un rogo».
(Sant’Agostino, Discorso 362, 9.9)

Il senso profondo e religioso del fuoco è un simbolo antico, e nelle culture popolari e nelle religioni, Dio si manifesterà nel fuoco, dimensione evocativa del divino, di ciò che purifica e continuamente trasforma, riscalda e illumina. L’uomo ha cercato sempre qualcosa di tangibile, pur rimanendo misterioso, incastrando il divino in schemi e logiche mentali. Non solo, c’è anche superstizione, antichi presagi, premonizioni, e riti beneauguranti per il futuro. Il fuoco è come alcune realtà della natura che non si può controllare e addomesticare, ad esempio il vento, il mare, e il fuoco stesso, le fiamme, le lingue colorate che si innalzano danzando e scuotendosi arbitrariamente, fanno trasparire la presenza sacra di un’anima; esso affascina e ipnotizza, sorgente di vita senza la quale non ci sarebbe esistenza nel mondo. Nei molteplici significati, antropologico, culturale, sotto il profilo religioso e in particolare quello cristiano, riassume tutti gli altri simboli di Dio, e la Sacra Scrittura lo presenta come forza distruttrice e anche purificatrice (Lv 13,52; Nm 31,23); come spazio di rivelazione di Dio (Es 3,2-3); come immagine del giudizio divino (Gl 2,3; Am 1,4.7; Ml 3,2); come figura della parola di Dio (Ger 5,14; 23,29). È la prima memoria nel racconto dell’Esodo della sua presenza: fiamma che arde e non consuma al Sinai; bruciore del cuore come per i discepoli di Emmaus; fuoco ardente dentro le ossa per il profeta Geremia; lingue di fuoco a Pentecoste; sigillo finale del Cantico dei Cantici, simbolo dello Spirito Santo nei racconti lucani.

Nei riti religiosi, esoterici e misterici, si lascia suggestionare e spaventare dalla violenza del fuoco, una forza dirompente dalla quale si mantengono le distanze per difendersi dalle fiamme divoranti. Il fuoco dona calore e luce ma, nel mentre consuma e divora, chi può conoscere il segreto del fuoco se non chi se ne lascia consumare? Un simbolo ancestrale, fratello fuoco, così lo chiamava Francesco di Assisi, che dà luce, distingue, porta chiarezza nel buio della notte, dove tutto è oscuro, dove tutto si confonde; è da lì, dalla luce, dalla verità dei nostri volti che fa vedere dove siamo, le posizioni che abbiamo assunto davanti alle cose. Il fuoco è dentro la vita, quello che portiamo è il fuoco, la passione che trasforma innanzitutto noi stessi. Il significato si dilata per spiegarne contorni e la profondità di comportamenti in cui nel fuoco e nei falò si vuole bruciare egoismi, i vecchi equilibri del vivere, nella sfida a uscire dall’iper-individualismo, a vincere l’egolatria imperante, cioè, a non lasciare le cose come stanno ma a purificarsi dai falsi idoli che rendono schiavi. L’ambivalenza del fuoco, che distrugge e consuma, trasforma e purifica, suggestiona nell’intimo dell’animo, affascina e irretisce, ma non se ne comprende la portata infinita; è un mistero che ha dell’indicibile, sacro e al contempo profano, accende tanta immaginazione, in un viaggio della mente e dell’anima che solo per brevi istanti, nella frenesia della vita, mostra all’improvviso un desiderio ardente e ostinato dell’uomo. Il falò, u’ mbitu e altri similari riti della religiosità popolare, nella ipnotica partecipazione spettacolarizzante della statio, fa’ sorgere interrogativi su questi rituali aggreganti in una società senza solidarietà e fraternità, esclusiva e divisiva, che soffre dell’anoressia di relazioni, dettate tutt’al più dalla formalità e dalle circostanze. Questo evidenzia il faticoso percorso di sentirsi membri di una comunità chiamati invece a condividere responsabilità e corresponsabilità virtù e atteggiamenti molto rari, chimera in una umanità che ha abbandonato la ricerca di senso e di profondità nel percorso di vita individuale e collettivo.

VLM