CORIGLIANO-ROSSANO, giovedì 27 novembre 2025 – I fenomeni social bisogna avere il coraggio
di chiamarli con il loro nome. Baby Sugar e Sugar Daddy non sono linguaggi nuovi della gioventù,
non sono giochi di seduzione, non sono esperienze mistiche di crescita. Sono prostituzione minorile
mediata dal digitale. E continuare a trattarla come curiosità da talk-show significa lasciare soli i
minori, abbandonarli alla parte più sporca della rete e alla parte più immatura del mondo adulto.
NESSUNO IMMUNE LI DOVE C’È DISEDUCAZIONE E ASSENZA VALORI
È l’allarme frontale che lancia la pedagogista Teresa Pia Renzo ad una società disattenta e
impreparata ad attutire i colpi della globalizzazione digitale, lanciando l’allarme su un fenomeno in
espansione in Calabria e che rappresenta un potenziale pericolo lì dove diseducazione, mancanza
di valori e vicino un device.
GLI UOMINI CHE ADESCANO RAGAZZINE DISPONIBILI IN CERCA DI LUSSO
Un Sugar Daddy è un uomo adulto che offre soldi, vestiti, viaggi, regali e attenzioni. Una Baby
Sugar è una minorenne che accetta questo scambio in cambio di status, oggetti di lusso,
approvazione sociale, conferme personali. È una relazione – spiega la pedagogista – basata sulla
transazione, non sull’affetto. Non è adescamento casuale; è un’adesione volontaria a piattaforme
specifiche dove molte ragazzine si iscrivono da sole, si presentano, lasciano contatti, cercano
uomini adulti pronti a dare in cambio ciò che desiderano.
UN FENOMENO CHE PUÒ INTERESSARE TUTTI, ANCHE CASA NOSTRA
E non raccontiamoci che accade solo nelle metropoli. Il digitale non ha confini. Una ragazzina del
nostro territorio può accedere agli stessi siti, alle stesse dinamiche, agli stessi contatti. E infatti
succede. Succede anche qui, in Calabria, nelle nostre città, nelle nostre scuole. Succede mentre gli
adulti sono distratti, troppo convinti di vivere nella solita bolla protettiva che li estranea dal mondo
di fuori e i giovani, invece, sono sempre più convinti di essere immuni da pericoli.
RENZO: LA MINORENNE CHE SI METTE IN VENDITA È FIGLIA DI UN VUOTO ADULTO
Un fenomeno che mette in mezzo tutti, dalla società per finire ai singoli individui, e dove non c’è
un unico responsabile individuabile nell’adulto predatore. Qui – ricorda l’educatrice – c’è un
concorso di colpe che nessuno vuole vedere. Le bambine che entrano in questi siti non lo fanno
per caso. Hanno bisogno di competere, di essere viste, di dimostrare che possono permettersi ciò
che vedono sui social. Vogliono la borsa firmata, il viaggio da postare, il racconto da fare alle
amiche. Vogliono la scorciatoia che li faccia sembrare importanti.
MA QUANDO UNA SEDICENNE SPARISCE PER GIORNI, DOVE SONO I GENITORI?
E la domanda che pone questa condizione è spietata, ma necessaria: quando una sedicenne
sparisce per giorni e torna con regali costosi, dove sono i genitori? Dove sono quando chiude la
porta della stanza per ore col telefono in mano? Dove sono quando racconta viaggi che non
possono essere gite tra amiche? Il primo anello che si spezza è sempre quello adulto. Un minore
non arriva a vendere se stesso in un contesto stabile, seguito, ascoltato.
NON È UN FENOMENO LONTANO. È QUI, TRA NOI, E STA CRESCENDO
Chi pensa che sia un problema del Nord, o delle grandi
città, è fuori strada. Il web porta tutto dappertutto. Le
fragilità educative non conoscono confini geografici. E la voglia di apparire, di esibire, di imitare i
modelli tossici dei social è identica ovunque. La pedagogista richiama anche i dati riportati dalle
organizzazioni che monitorano lo sfruttamento minorile: migliaia di adolescenti europei sono
coinvolti in pratiche di transactional sex, spesso senza percepire di essere vittime. Il fatto che la
minorenne dica di essere consapevole non cambia nulla. Quando c’è denaro, quando c’è un adulto,
quando c’è uno scambio, non c’è libertà: c’è violenza. È sfruttamento, è abuso, è perdita di dignità.
SE GLI ADULTI NON SI RIEDUCANO, I FIGLI NON SI SALVERANNO
Purtroppo questa deriva – avverte ancora la pedagogista – non si argina parlando ai ragazzi.
Bisogna parlare agli adulti. Ai genitori che non controllano, agli insegnanti lasciati soli, alle
istituzioni che intervengono solo quando esplode il caso, alla società che pretende figli perfetti ma
non offre alcun modello credibile. Finché continueremo a cullare l’idea che sono cose che capitano
agli altri, lasceremo i nostri minori nel mirino di chi è disposto a comprare il loro corpo come fosse
un accessorio. La prima prevenzione, allora, è la presenza. La seconda è il limite. La terza è la
responsabilità. Nessun adolescente – conclude Teresa Pia Renzo – può difendersi da solo da un
modello di successo costruito sulla mercificazione di sé. – (Fonte: Pedagogista Teresa Pia Renzo –
Comunicazione Istituzionale/Strategica – Lenin Montesanto Comunicazione & Lobbying)
