L’artigiano, storia di un superstite, nella dimenticanza di politiche sociali

«La vita e i giorni» Vincenzo Leonardo Manuli

La breve storia che vi voglio raccontare è di Salvatore Regina, di Mormanno, calzolaio dal 1957, ormai, l’ultimo superstite, di un artigianato in via di estinzione, e purtroppo, è un grande peccato, perché qui c’è tanto insegnamento di vita. spesso sono passato davanti a questa bottega, non distratto, con l’intento di conversare con questo anziano signore. Abbiamo conversato una mezz’oretta con Salvatore, che mi ha gentilmente accolto, e cortesemente ha risposto ad alcune mie domande.
Una moglie, due figli, adulti e sposati, e la passione che continua resistere, nonostante la crisi di questa attività artigianale, caduta nel dimenticatoio, anche per la mancanza di sostegni delle politiche economiche locali, concentrate piuttosto nella demagogia e nella retorica, a cui si aggiungono le tasse che non fanno sconti, ad una attività che andrebbe valorizzata e premiata.
Altri tempi, mi dice lui, e quando gli chiedo cosa direbbe ai giovani, lui mi risponde: «Oggi vivono troppo bene per interessarsi di una occupazione o di un antico mestiere». In passato si occupava anche di cinture e altri oggetti per i cavalli, apro una breve parentesi, mi ricordo mio nonno materno di Taurianova, Giuseppe Morgante, anche lui, soprannominato “u sellaiu”, per la sua attività artigianale, si occupava di accessori per i cavalli, una volta era l’unico mezzo di locomozione.
La bottega di salvatore è molto semplice, ricca di arnesi antichi. Quando sono entrato, l’ho trovato ancora a lavoro, nonostante i suoi ottant’anni portati molto bene. «Il lavoro è poco», mi confida, però trascorre il tempo, impiegandolo produttivamente, dedicandosi ad un’attività che un tempo aveva la sua riconoscenza, culturale e sociale.
Per Salvatore la bottega è la sua seconda casa, che ha dato dignità e pane da mangiare alla sua famiglia ed ha servito tante persone, e lui come tanti altri artigiani, soffrono l’oblìo di politiche a favore di attività ormai cadute, ma nobili, cadute nel dimenticatoio, e che invece andrebbero sostenute e incoraggiate. Infine, ho chiesto cosa direbbe ai più giovani, e secondo lui, cosa andrebbe insegnato o per lo meno, avvicinati ad un mestiere che ha avuto le sue fortune: «Viviamo nel tempo del benessere, abbiamo tutto, a chi può interessare un’attività artigianale», mi ha confessato Salvatore.
Un tempo producevano anche scarpe, adesso, trascorre le sue giornate, con fedeltà e pazienza, aprendo tutti i giorni, mattina e pomeriggio, e si dedica a piccoli lavoretti, con un piccolo martello, a sistemare suole e rifinire qualche scarpa.
Se non vogliamo che questi baluardi di artigianato chiudano, occorre costruire iniziative politiche, culturali, educative e scolastiche. Non bisogna mai passare in un luogo vivendo da turisti, dimenticando di osservare dei gioiellini, che hanno una storia, dove c’è un vissuto, e dal quale possiamo imparare tanto, a diventare più umani, e che oggi, purtroppo, per l’interrompersi della memoria, di quella trasmissione e tradizione che ci ha reso forti, ha indebolito la nostra identità, affogati dalla modernità e dalla tecnica, imboccando una strada dagli esiti imprevisti.

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