La vita e i giorni» Vincenzo Leonardo Manuli “IL TUO NOME È PERDONO”

«La vita e i giorni» Vincenzo Leonardo Manuli

Noi di Dio possiamo balbettare quando parliamo di lui, non è “il tappabuchi” di situazioni e circostanze imprevedibili dove la nostra intelligenza non riesce ad arrivare, tanto meno è il risolutore dei nostri problemi, e di Dio nemmeno riusciamo ad immaginare il suo volto. Qualcosa proviamo a dire, sempre tentennando, secondo la tradizione spirituale cristiana, grazie alla fede ricevuta dai nostri genitori, aprendoci al confronto con le altre religioni, con chi non crede, in una epoca indifferente all’idea di Dio. Per la brevità di questa riflessione, desidero parlare di un volto di Dio, che ha radici nella Bibbia e nella spiritualità della cristiana. Gesù ha raccontato Dio che chiamava Padre, parlando spesso di perdono, di misericordia, un perdono senza condizioni che ci ha rivelato la sua tenerezza, cosi come aveva fatto lungo il suo ministero, andando per città e villaggi, un’attività terapeutica che ha avuto sempre al centro l’uomo, cercato da Dio, nel deserto, nel peccato, nella miseria, nell’idolatria.
La Porziuncola di Santa Maria degli Angeli. A proposito del perdono, un uomo ci ha mostrato cosa vuol dire la parola misericordia, “un uomo che diventa santo senza smettere di essere uomo” (Jacques le Goff), ed è un’esperienza vissuta ogni anno da migliaia di pellegrini e avviene il 2 agosto. Essa si celebra per i francescani e per tutta la chiesa, una grande festa mariana, voluta da san Francesco di Assisi: il Perdono di Assisi. Il poverello lasciò un testamento ai suoi figli: “voglio che siano con me in Paradiso”, è la richiesta accorata che lui stesso per primo ricevette quando incontrò Dio e si convertì. Santa Maria degli Angeli è un luogo caro alla tradizione francescana, qui si recava spesso Francesco per pregare in solitudine, una piccola chiesetta dove si inserisce una leggenda che racconta la presenza di un monastero benedettino e nella notte si sentiva il canto degli angeli che salivano e scendevano dal cielo. Francesco aveva un singolare amore verso la Vergine Maria, ebbe cura della chiesetta dedicata a santa Maria degli Angeli, chiamata Porziuncola. Qui prese dimora con i frati, nacque l’ordine dei minori e quello delle clarisse di santa Chiara, e qui si concluse la sua vita: “amava questo luogo più di ogni altro, ordinando ai frati di venerarlo”, racconta uno dei suoi biografi, fra Tommaso da Celano. Francesco di Assisi, ottenne dal papa del tempo, Onorio III, e confermato dai successivi pontefici, la storica l’indulgenza della Porziuncola per chi si recasse in questo luogo o in una altra chiesa parrocchiale, pentito dei propri peccati e confessati davanti al ministro della chiesa.
Il Confessionale. Oggi viviamo in un contesto sociale e culturale che è cambiato profondamente, continua a mutare in un ritmo impressionante, e parlare di peccato, può sembrare anacronistico. Le confessioni senza assoluzioni avvengono sui settimanali e nei programmi televisivi, una maniera per cercare complicità con i fans e gli ascoltatori, dove tutto è permesso, senza il minimo riserbo o privacy, tranne che ad essere invocata in casi particolari, a convenienza. Di cosa dovremmo farci perdonare? Perché andare dal prete che è un uomo come tutti gli altri e raccontare fatti personali? Chi mi deve assolvere? Quali peccati ho fatto? Mi assolvo da solo! In auge sono gli studi psicologici, le terapie di gruppo, guru che forniscono consigli, pareri, percorsi spirituali di conoscenza per riconciliarsi con se stessi. Quei pochi che si avvicinano al confessionale, senza inginocchiarsi, laddove ne esiste ancora qualcuno in chiesa, con tutta comodità, ha fatto venire meno il senso della penitenza (intesa come conversione), un dialogo orizzontale, tutt’al più ci si confessa per gli abitudinari e per qualche occasionale esclusivamente per pagare la tassa o mettere il bollino per accedere alla santa Comunione. In passato il confessionale era visto come luogo di tortura, capitava che il prete di turno scavava nell’anima del penitente, e in base alla lista dei peccati, alla fine gli mostrava il tariffario dei rosari o delle Ave Maria per espiare il peccato. Oggi, ci sono altri professionisti del sacro, pronti ad ascoltare, a dare consigli, ma che non potranno mai dire quella formula divina del “Io ti assolvo”, pronunciata dal prete nel nome di Cristo.
Il tramonto della religione. Il cristianesimo sta attraversando una crisi molto profonda, istituzionale, spirituale, i motivi sono diversi, ne posso elencare alcuni: l’indifferenza religiosa, gli scandali nella chiesa e il suo ruolo influente nella politica, il confronto con il pluralismo religioso, i progressi scientifici e un linguaggio che non tiene conto del mutato contesto sociale e culturale, l’idea stessa di sacro nella percezione del mistero. Non penso che la religione sia al crepuscolo, quasi confermando la profezia nietzscheana nella Gaia scienza: “Dio è morto, siamo stati noi ad ucciderlo, voi e io”. L’uomo sin dalla sua comparsa sulla terra ha compiuto atti e gesti rivolgendosi a divinità, forse, se di tramonto si può parlare, sta nella crisi delle istituzioni religiose e non nei valori proclamati: «Io non so se Dio esista, (…), so però che l’uomo ha bisogno di un Dio, ha bisogno di dare senso al dolore, che è uno dei limiti che egli avverte, semplicemente vivendo» (V. ANDREOLI, L’uomo col cervello in tasca, 225).
Personalmente ritengo che occorra un aggiornamento antropologico e teologico, la perdita di rilevanza e di significatività è un allarme sottovalutato, per ultimo, una inchiesta del sociologo Franco Garelli, – dove in una prossima riflessione farò una trattazione a parte -, parla di «Gente di poca fede» (Bologna 2020), con riferimento all’espressione gesuana che rimproverava i suoi contemporanei di non aver riconosciuto il passaggio di Dio (cf. Mt 14,22-36), almeno nel contesto italiano, stilando percentuali preoccupanti sulla tenuta della fede cristiana. In conclusione, duemila anni di storia cristiana non sono archiviati, il cristianesimo, ha contribuito a costruire civiltà fiorenti, però oggi, si apre una fase nuova, una sfida e una opportunità, che ci invita come cristiani a riconoscere “i segni dei tempi”, per rispondere alle domande degli uomini e delle donne di oggi, il dolore, la morte, il male, quesiti mai sopiti, al quale, la fede può dare un contributo di senso, a patto che si riprenda il mano il vangelo “estraendo da questo tesoro cose nuove e antiche” (cf. Mt 13,44-52).