Elogio dell’ipocrisia: Appaio, dunque sono!

«La vita e i giorni» Vincenzo Leonardo Manuli

“L’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù”, affermava La Rochefoucauld, un vizio antico e moderno che ha origine dal linguaggio teatrale, nell’antica Grecia il personaggio che rappresentava una scena, indossava una maschera e faceva parte di una finzione, tanto che verso l’attore il giudizio popolare era negativo. L’ipocrisia non è solo “interpretare una parte”, ma un vizio comportamentale, sociale. Essa è disprezzata, ma la si cerca, e nessuno più la respinge, tanto che viene elogiata nella convivenza tra gli uomini, con le sue esibizioni, le mode, gli altri che ci vedono e ci classificano, non si può sfuggire a questa egolatrica esposizione del proprio sé. Il filosofo Pascal, parlava delle due vite dell’uomo, una vera e una immaginaria, nel quale la seconda è quella che l’uomo ha di sé e pensa che la gente ha su di lui, credendo di abbellirla e lavorando a costruire una maschera.
C’è una abissale distanza tra la persona e il personaggio, mentre la persona ha un volto, si espone nella sua nudità radicale, nella sua autenticità, manifestandosi nella sua presenza inedita, al contrario, il personaggio, porta una ingombrante e pesante maschera, impegnandosi e gettandosi con alacrità nella promozione del culto dell’immagine: “tutto gira intorno a me”. Questa doppiezza, è presente in tanti ambiti di vita, nelle convenzioni sociali, nella politica, nella religione. L’ipocrisia è di quelli che mancano di coerenza nella vita, si mostrano per quello che non sono, belli fuori e perfettini, ma dentro pieni di cattiveria, avidità, chiusura, rigidità. Chi è esente da questo vizio? Appaio e dunque sono afferma l’ipocrita. Il mondo politico si esibisce con la proclamazione di promesse e di programmi elettorali mai attuati, spesso diviene il “sipario delle maschere”. Nell’ambito religioso e cristiano, l’ipocrisia si definisce come “il culto senza morale”, è il peccato più denunciato nei vangeli da Gesù: “sepolcri imbiancati”, lievito vecchio”, l’atteggiamento di chi si preoccupa delle apparenze, cioè, fa crescere verso l’interno, ritenendosi autosufficiente, mentre è indifferente verso l’esterno e gli altri.
E la società? La convivenza civile, i rapporti amicali, le relazioni tra le persone, sono sinceri oppure rappresentano una girandola di bugie?
“Il più grande atto di ipocrisia sarebbe nascondere la propria ipocrisia” (R. Cantalamessa), e investe ogni categoria di persona, di luoghi e spazi, soprattutto laddove è più forte la stima dei valori dello spirito, dove si parla di perdono, misericordia, fraternità, accoglienza, fiducia, amore, pietà, qui è più forte la tentazione di affettarle per sembrare pii, pronti sempre a giudicare gli altri.
Quale terapia è possibile per l’ipocrisia? Il vizio è vecchio, affonda nella notte dei tempi, ha il suo volto moderno, la dittatura della menzogna di occultare la verità, perché l’oscurità ha un suo fascino, dove l’io è al primo posto, il resto, si tratti del prossimo o si tratti di Dio, tutto è declassato.
Si accennava al peccato più denunciato da Gesù, contro l’ipocrisia dei farisei e degli esperti delle Scritture, ma prima di lui, erano anche i profeti a gridare la dissociazione tra la vita morale e il culto al Tempio. Gesù accusa nell’ipocrisia la mancanza di fede e la mancanza di carità verso il prossimo: di “togliere prima la trave del proprio occhio e poi la pagliuzza dell’altro” (Cf. Mt 7,5). L’ipocrisia si combatte con la coerenza della vita, la sincerità delle proprie azioni e dei propri gesti, con la mitezza e la pazienza, con l’amore verso gli altri, a lottare contro il maleficio della lingua del pettegolezzo. Il vizio antico e moderno, è tanto forte e pericoloso del vizio che spinge l’autore della lettera di Giacomo a scrivere, scioccato dalla constatazione del potere malefico del parlare che egli vedeva nelle comunità cristiane e dalla doppiezza a cui si trovava posto di fronte: “con la bocca benediciamo il Signore e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio” (Cf. Gc 3,9). L’ipocrisia è mancanza non solo di fede, soprattutto di amore, verso tutto quello che ci circonda, una idolatria di sé che allontana dalla strada delle responsabilità e della vera identità.

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