Dopo la morte è possibile sperare per tutti? Un pensare critico sulle realtà ultime

Dopo la morte è possibile sperare per tutti? Un pensare critico sulle realtà ultime - Vincenzo Leonardo Manuli

Il mese di novembre, ci ricorda due festività importanti, la festa di tutti i Santi e la commemorazione di tutti i fedeli defunti, appuntamenti che spingono a non snobbare alcune domande: l’aldilà, l’eternità, i “Novissimi”: la morte, il giudizio, il purgatorio, l’inferno e il paradiso, in breve, quale sarà la nostra destinazione ultima dopo la vita terrena.
C’è stato un tempo, non molto recente, nel quale contava la tradizione cristiana, aveva una presa culturale, nel senso migliore, quale accoglienza dove determinante era il fattore sociale e ambientale. Anche la catechesi e la predicazione, ben curati e preparati non trascuravano le “ultime realtà”, forse a volte esagerando sul giudizio di Dio come Colui che “castiga”, mentre oggi si è passati all’estremo opposto, in una fatica del credere, banalizzando riflessioni e immaginazioni frutto più di considerazioni personali che di interpretazioni avvalorate dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione della Chiesa. La teologia e la predicazione hanno tirato i remi in barca, con ricadute drammatiche sulla vita spirituale, e oggi è più difficile parlare e usare immagini e slanci poetici ed evocativi sulle realtà ultime, in sintonia con i contenuti dottrinali della fede cristiana, perché manca un linguaggio che si eleva al Trascendente. Su alcuni temi che abbiamo accennato, si può leggere un simbolico cartello con la scritta: “lavori in corso”, dove si attendono non tanto delle risposte, quanto una luce su alcune verità fondamentali della fede cristiana.
«Il nostro universo ha un destino ultimo o va alla deriva verso un’estinzione priva di senso?» (T. Radcliffe, Una verità che disturba, Bologna 2019, p. 13) e aggiungerei: è possibile sperare per i nostri defunti? La morte è la fine di tutto? C’è il paradiso? E l’inferno? Ci sarà un giudizio definitivo?
La parola sulle ultime realtà non ha perso forza, manca una svolta, per misurarsi con questo nuovo tempo, dove è importante ritrovare il linguaggio metaforico e poetico, non banalmente prosaico, in sintonia con la Tradizione cristiana e le Sacre Scritture, con una consapevolezza critica alla luce del magistero ecclesiale. È chiaro che il discorso sui “tempi ultimi”, deve confrontarsi con il contesto non solo non più cristiano, ma pluralista e laicista, tra cui il rapporto con le altre religioni e le culture, dell’indifferenza religiosa, tenendo conto che oggi le possibilità di vita sono migliorate e l’idea di eternità non ha il valore di felicità, al quale si aggiunge la mancanza di riferimenti autorevoli. Questi sono alcuni degli elementi da tenere in debito conto e che il messaggio cristiano richiede l’impegnativo itinerario del credente, dove la fede è decisiva. Ad esempio, c’è un senso pieno di speranza nella preghiera d’intercessione della chiesa quando eleva a Dio quel ricordati: «Ammettili a godere la luce del tuo volto», oppure, se la persona per cui abbiamo pregato, supponiamo che non sia mai entrata in chiesa e della fede cristiana non si è occupata minimamente durante la vita terrena, la comunità prega: «Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che in pace con te hanno lasciato questo mondo». In assenza di questa compagnia con Dio, cosa sperare?
Quando si parla delle “realtà ultime”, occorre sensibilità umana e preparazione teologica, senza banalizzare le grandi verità della fede cristiana, guardando la realtà ed evitando rappresentazioni fantasiose o freddamente razionalistiche. Il paradiso, l’inferno, il purgatorio, non sono dei luoghi immaginari danteschi, non corrispondono alle descrizioni del passato del quale un po’ tutti siamo impastati, però incalza ancora la domanda: in che relazione siamo con i nostri defunti? La difficoltà è notevole, il nostro sapere sull’aldilà è limitato: «le parole si estendono oltre il loro significato letterale per indicare il mistero che intravediamo ma non riusciamo ad articolare pienamente. In questo mondo, scrive Tommaso d’Aquino: «siamo legati a Dio come all’ignoto» (Id., p. 24).
Il desiderio e la speranza di una vita piena, non spengono le domande e la tensione del cuore, alimentati dalla speranza e dall’amore che nella visione cristiana è illuminata dalla persona di Gesù, il Risorto. La chiamata alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità, vissuta dai santi, ci fa entrare già in una comunione spirituale, non ancora piena. Se alcune descrizioni del passato non fanno più presa, non basta tradurre dalla Scrittura il contenuto della fede cristiana, è necessario parlare con nuove immagini in prestito dalla vita reale, senza smettere di fare spazio alla poesia e alla preghiera, all’arte ed alla letteratura, un linguaggio unico di comunicazione tra vivi e defunti.
Il viaggio del credente non è mai finito, e la nostra responsabilità è di fronte a tante domande, anche sul piano realistico, nel saperci mettere in ascolto, così si costruisce la storia e la profezia, misurandoci con le esigenze dei tempi. Perché porsi dei problemi sul “dopo”? Andando controcorrente all’inaridimento spirituale, all’accidia della vita stessa, la questione fondamentale, è di non “spegnere lo spirito”, e in ciascuno e ciascuna, non dovrebbe cadere nell’oblio l’anelito di quella affermazione di matrice agostiniana: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non avrà pace finché non riposa in te», fidandoci della parola dell’apostolo Giovanni: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1 Gv 3,1-3), nella speranza, che un giorno tutto sarà più chiaro e dischiuso.